1.Boats4People/Diario di bordo | Gianluca Solera, Nicanor Ahon, Lorenzo Pezzani, Charles Heller, Watch The Med, Boats4People, Marco Tibiletti, La nave di carta, Unione Italiana Vela Solidale, Anna Bucca, Nathalie Loubeyre, Pantelleria
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Gianluca Solera   

1.Boats4People/Diario di bordo | Gianluca Solera, Nicanor Ahon, Lorenzo Pezzani, Charles Heller, Watch The Med, Boats4People, Marco Tibiletti, La nave di carta, Unione Italiana Vela Solidale, Anna Bucca, Nathalie Loubeyre, PantelleriaSono partiti in tre, chiedendo fondi attraverso il sistema del crowdfunding, con un preventivo di 44 mila euro, e ne hanno ottenuti 11 mila da noti cittadini ed illustri sconosciuti vendendo un CD con le canzoni di diciassette artisti solidali. Uno di loro, Nicanor Ahon, è il coordinatore di Boats4People, ed è imbarcato sul vascello Oloferne, diretto a Monastīr. Gli altri due, Lorenzo Pezzani e Charles Heller, stanno al dipartimento di Forensic Architecture del Goldsmiths College di Londra. Questo dipartimento fa le cose più strampalate, ma degne di un episodio dell’investigatore Sherlock Holmes. Hanno studiato modelli di distruzione di edifici durante le guerre dei Balcani per capire da dove provenissero i colpi che hanno squarciato i loro obiettivi, e  così hanno ricostruito responsabilità di guerra. Ora, vogliono fare lo stesso con le barche dei migranti che attraversando il Canale di Sicilia non ricevono soccorso e naufragano nel silenzio. Attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, apposite modellizzazioni del tragitto degli scafi e immagini satellitari, vogliono identificare le responsabilità di navi militari, forze dell’ordine o altri che seppur presenti nell’area dell’incidente hanno ignorato quegli scafi, lasciandoli al loro destino, o li hanno letteralmente respinti in mare. Watch The Med è il loro progetto, e per lanciarlo hanno costruito la campagna Boats4People, concepita all’interno della rete Migreurope. Oloferne è il loro Cavallo di Troia, partito da Cecina e destinato a concludere il giro a Lampedusa, in occasione del Festival delle migrazioni che ha luogo la terza settimana di luglio. Nicanor, “il vittorioso” in greco, è uno dei tredici passeggeri, tra cui il sottoscritto, che navigano tra Palermo e Monastīr. Un altro personaggio-chiave della spedizione è il capitano, Marco Tibiletti. L’Oloferne, diciotto metri e mezzo di lunghezza, ventitré con il bompresso, è suo. Classe 1944, tutta in legno, ha tanta esperienza quanto il suo capitano.

Quest’anno Marco, dopo essersi dedicato a colifecali e spiagge con la “Goletta verde” di Legambiente, ha deciso di appoggiare questa campagna per denunciare le morti in mare di quei disperati che tentano la fuga verso l’Eldorado europeo, che è fonte di suggestioni come l’Eldorado latino lo fu per i Conquistadores. Marco è il presidente de La nave di carta, e nel 2003 ha creato una rete chiamata Unione Italiana Vela Solidale, perché non si può essere solidali con i cetacei ed ignorare i migranti che muoiono in mare. Marco crede nel lavoro di rete, l’unica soluzione per cercare di limitare i danni in un mondo in cui tutti sono contro tutti. “Io voglio fare quanto i difensori della libertà non seppero fare in Spagna; se anarchici e comunisti avessero collaborato durante la guerra civile, avrebbero vinto i repubblicani!”. Dunque: ecologisti, sindacalisti e caritatevoli di tutto il mondo, unitevi! La nave di carta lavora con Exodus, l’associazione creata da don Antonio Mazzi, su progetti di svago e sensibilizzazione ambientale insieme a malati mentali, tossicodipendenti e gruppi sociali disagiati. In trent’anni di navigazione, Marco ha visto molti delfini, nessuna foca monaca, sentiva il cozzo delle tartarughe marine sotto lo scafo quando navigava per acque liguri. Ora, quando pensa ai dispersi del Canale di Sicilia, sente di aver fatto la cosa giusta nell’accettare di pilotare la sua Oloferne verso il nuovo Triangolo delle Bermuda. Non ha dubbi: si prodigherebbe per salvare dei dispersi in mare, di qualunque nazionalità dovessero essere, anche se questo dovesse implicare il sequestro della sua imbarcazione per accertamenti. Sulla barca vi è tutto il necessario, portato da Boats4People - razioni di sopravvivenza, acqua, salvagenti, razzi di segnalazione – ed il tema è preventivamente stato discusso con Nicanor.

I personaggi di questa spedizione vengono da lontane sfide. Joël Labat, francese, ha passato cinque anni della sua vita in barca tra Atlantico e Pacifico con la prima moglie, così, per farsi un giro. Partiti da Casablanca, arrivarono alle Antille, costeggiarono il Venezuela, attraversarono il Canale di Panama, fecero scalo alle Galapagos, si fermarono un anno a Tahiti perché avevano finito i soldi, poi si diressero verso le Hawaii, poi dritti dritti in Alaska, altro anno in terraferma, per poi arrivare in California sottocosta, riprendere il Canale di Panama e ritrovare le acque aperte dell’Atlantico fino alla vecchia Europa. “Non è particolarmente difficile, basta avere della conserva, della pasta, acqua e i visti richiesti”. Prima di partire, Joël si era consultato con altri navigatori che avevano fatto il giro del mondo e si era studiato diversi manuali di navigazione. Le sue abilità sono sorprendenti: si mette a poppa e sfila un nylon da pesca, lo monta e lo getta e mare, seguendo una meticolosa procedura che solo chi è abituato a pescare per sopravvivere, a parte un pescatore professionista, conosce. Ora è sull’Oloferne con la seconda moglie, Nathalie Loubeyre, per girare due documentari, uno su questa spedizione, per giustificare questo viaggio, e l’altro sulla violenza a cui sono sottoposti gli immigrati, che hanno chiamato “La méchanique des flux”. Anna Bucca, invece, è il cervello logistico dell’operazione, e manovra telefoni cellulari, portatili e chiavette-Internet, accompagnata dalla sorella Grazia, la fotografa ufficiale. Se Marco e il suo equipaggio, composto da Giampietro Sara, Francesco Giunta e Flavia Auddino, manipolano lo scafo come una marionetta siciliana, anche se il più meridionale di loro è la ragazza, romana de Roma, Anna e Grazia sono un vero e proprio ufficio mobile, incaricato di comunicazione e relazioni pubbliche.

Anna tiene anche i contatti di chi sale in barca. Responsabile dell’Arci Sicilia, si è presa tre anni di aspettativa per completare gli studi di dottorato sull’influenza dei pregiudizi tra nativi e non nativi; è una seguace della scuola di pragmatica linguistica, la scienza che studia le relazioni tra persone e linguaggio, e accompagna un laboratorio con donne marocchine e tunisine che vivono in Italia, dove ha sperimentato che utilizzando come lingua veicolare una terza lingua che non sia né l’arabo, né l’italiano, vengono messi in discussione i rapporti di subalternità, permettendo di affrontare questioni personali molto delicate, come fu il caso di una donna di Casablanca ingegnere informatico che dopo essersi sposata non ha più potuto lavorare. Queste ricerche permettono a Anna di assumere questo ruolo di facilitatrice delle relazioni tra i diversi partecipanti della missione di Boats4People. Tra questi troviamo Laura Biffi, della Legambiente. Sta sulla barca di chi ha navigato durante due stagioni per conto della sua organizzazione per monitorare l’inquinamento dei mari italiani, per cui si sente un poco a casa sua. Vuole costruire una rete di organizzazioni non-governative che si occupano di questioni ambientali e che possano lavorare su iniziative comuni, come la mappatura delle esplorazioni petrolifere nel Mediterraneo, ed è in viaggio per Monastīr, dove vuole convincere gli organizzatori del Forum Sociale Mondiale del 2013 a tenere uno spazio di riflessione sull’ambientalismo mediterraneo. Tra i suoi amici tunisini sta il gruppo di Eco-Constitution, che promosse una campagna di sensibilizzazione tra i candidati all’Assemblea costituente tunisina sui diritti ambientali.

Non poteva mancare Hammādī Zrībī, tunisino dal sorriso furbo, ma un vero “Gattocomunista”, come dice la sua maglietta. Si fa apprezzare immediatamente per il suo senso dell’umorismo, proponendo di ribattezzare la missione con “Yachts4People”: confischiamo le barche dei benestanti e distribuiamole a chi vuole attraversare il mare. Il nostro ha la doppia nazionalità, avendo acquisito la nazionalità italiana con la sanatoria Martelli del 1989 dopo dieci anni di residenza legale. Militante di sinistra prima in Democrazia Proletaria e poi in Rifondazione Comunista, da tre anni è in cassa-integrazione in deroga quale funzionario di partito, grazie a una legge dell’ex-ministro Tremonti. Il suo partito passò da 40 a 127 funzionari con l’ultimo governo di centro-sinistra, ed ora paga, o meglio fa pagare allo Stato, la generosità con cui allargò il suo organico, sperando in una crescita elettorale esponenziale mai giunta. Per sopravvivere con uno stipendio mensile da cassa-integrato di circa 500€, è ritornato nel suo paese natale accompagnato dalla moglie italiana tre mesi dopo la rivoluzione che destituì Ben ʿAlī, rifacendo la pace con la sua terra e riducendo le spese famigliari.

Credo di non aver dimenticato nessuno, a parte il sottoscritto, ma perché un equipaggio così composito si è imbarcato sull’Oloferne? Possibile che una goletta bella, ma già con qualche decennio di vita addosso, possa sfidare le dinamiche dell’immigrazione transcontinentale? Come spiega Nicanor, la barca è dotata di quei minimi mezzi di soccorso nel caso dovesse incontrare delle scialuppe in difficoltà in mare aperto, ma questo non è il vero scopo della spedizione. Si tratta piuttosto di attivare una dinamica di “articolazione popolare partecipata dell’informazione e della solidarietà trasnazionale”. L’espressione è mia, ma credo possa aiutare per dare il senso di quanto sperano i suoi promotori. Raccogliere forze e sensibilità diverse per creare una rete in cui chiunque sia esposto a contatti con i migranti, dai pescatori agli attivisti, dalle forze dell’ordine pubblico ai velisti, dagli amministratori ai giornalisti, trasmettano informazioni per mappare gli abusi nei respingimenti a mare e nelle omissioni di soccorso, per creare una massa critica che esiga l’accoglienza e la mobilità tra le due rive senza chiusure ideologiche e ostacoli alla libera circolazione, nel rispetto delle regole di convivenza delle comunità di accoglienza.

Prendiamo il caso di Pantelleria. I Carabinieri vi giocano un ruolo fondamentale nella sorveglianza delle frontiere, al posto della Polizia di Stato. Durante il nostro transito, ne incontrammo due e il dialogo fu molto proficuo. Giovani, appassionati, fanno il loro mestiere con dignità e hanno gestito come potevano gli sbarchi dei migranti che si intensificarono soprattutto l’anno scorso. L’ex-caserma Barone fece da centro di accoglienza e primo soccorso, prima che gli sbarcati fossero traferiti a Trapani per le operazioni di identificazione, espulsione o trattamento delle richieste di asilo. Durante l’incontro, i due carabinieri presero nota dell’indirizzo di posta elettronica di Boats4People: la speranza di Nicanor è che comincino anche loro a mandare informazioni di prima mano al progetto di monitoraggio popolare del transito dei migranti via mare lanciato da Watch The Med. È la sfida dell’Umanità contro la Ragion di Stato.

Le leggi redatte a Roma o Bruxelles relative al pattugliamento delle frontiere marine devono essere applicate da uomini che se uomini di mare sono, li percorrono per salvare vite in pericolo, altrimenti sono soldati in guerra. Molti sono i corpi di sicurezza pubblica presenti nei mari italiani con i loro scafi: Capitaneria di Porto il cui braccio operativo è la Guardia Costiera, Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria, Guardia Forestale (vicino alle aree protette) e Polizia Provinciale. La Marina militare, invece, esercita funzioni di polizia nelle acque internazionali. Quanti di questi uomini dislocati anche per mantenere l’ordine pubblico si rifiuterebbero di prestare soccorso a dei naufraghi, anche se di pelle scura? Sicuramente diversi, ma non molti, perché il codice dell’uomo di mare non contempla le frontiere, come le acque che percorre, liquide e incontrollabili, veloci e trasparenti. Non c’è elemento che ricordi più la libertà che l’acqua. Non ha colore, non ha odore, non ha sapore, quindi non ha razza né nazione. Pretendere di fissare un limite nell’elemento liquido è una contraddizione in termini, e un vero uomo di mare, abituato a incontrare equipaggi sovente plurinazionali, lo sa. “Navigando per mare, ho sempre avuto a che fare con operativi e non amministrativi. Ho incontrato sottoufficiali e ufficiali la cui missione è di informare, collaborare e assistere, non bastonare”. L’Unione italiana vela solidale diede un premio nel 2011 al Corpo delle Capitanerie di porto per la loro azione a Lampedusa. Quando rientravano a casa, molti di quei giovani piangevano per quello che avevano visto, ma nonostante questo, il Corpo era subissato di domande di giovani marinai, sottoufficiali e ufficiali che volevano andare a lavorare a Lampedusa. Durante la traversata notturna del Canale di Sicilia con l’Oloferne, l’equipaggio si dava il turno al timone ogni ora e mezza, mentre lo scafo ondeggiava e attraversava tratti percorsi da navi-cargo o si imbatteva in un banco di foschia, non superando la velocità di 6 nodi (10 km/ora). La lentezza è un’antidoto all’opacità o alla meschinità. Il mare ti insegna a essere paziente, a osservare, e, anche se resisti, a dover capire. Al mio arrivo a Palermo il 7 luglio u.s., Francesca Materozzi, fiorentina tutto pepe e lingua che mi aveva guidato durante la missione di osservazione che effettuai al “contestato” Centro di accoglienza e primo soccorso di Lampedusa l’estate scorsa, ce l’aveva con quei pisani che prendono la Ryanair per andare al mare in giornata a Trapani, rientrando la sera con l’ultimo volo. Credo che Boats4People avrà successo se combinerà libertà e lentezza, pazienza nell’agire, profondità nel costruire relazioni con la difesa ad oltranza del principio di libertà di movimento. La missione di Boats4People è più grande degli obiettivi che rivendica, perché tenta di sperimentare un modo di lottare facendo tesoro degli insegnamenti del mare. La missione è quella di: incrociare le lotte, mettendo insieme persone che si preoccupano per il degrado ambientale con operatori della solidarietà internazionale o attori economici che esplorano forme alternative di turismo; assumere il principio che la società attiva può interferire nell’elaborazione di politiche pubbliche di interesse regionale agendo oltre le frontiere nazionali, senza dover attendersi che le risposte vengano dalle autorità, qualunque esse siano. In altre parole: non vi sarà soluzione a crisi regionali come quella delle ondate migratorie senza concertazione regionale, e non vi può essere concertazione regionale senza libertà di scambio, movimento e iniziativa.

Mentre l’Oloferne lambiva le coste tunisine, accompagnata da tursiopi che saltavano a prua facendoci festa, giungeva la notizia del naufragio di un’imbarcazione proveniente dalla Libia al largo della cittadina tunisina di Zarzīs, con 56 persone a bordo. Quattordici giorni di viaggio, correnti avverse, un solo sopravvissuto, eritreo, attualmente ricoverato per disidratazione e sfinimento. Nel marzo del 2011, un’altra imbarcazione libica colò a picco con 63 passeggeri di fortuna. La guerra civile in Libia non esiste più, ma le « partenze della morte » continuano. Allo stesso modo, circa una settimana fa la barca tunisina az-Zawwālī raggiungeva l’isola di Pantelleria con quattro passeggeri, ed è ancora possibile vederla nel cimitero delle navi che sta dietro il porto della cittadina insulare. Passano rivolte e rivoluzioni, si ritirano le navi di guerra, ma il transito di questi cittadini senza patria né dimora continua, a dimostrazione che il problema sta in una legislazione restrittiva che ha permesso alle mafie delle frontiere e delle imbarcazioni di proliferare, mettendo a repentaglio la vita di chi attraversa il mare per cercare rifugio dall’oppressione o dalla miseria. Certo, se certi paesi africani o arabi fossero liberali, democratici, e se le loro prospettive di sviluppo rassicurassero la loro gioventù, non ci sarebbe emigrazione massiccia, ma questo richiede tempo, quel tempo che la vita di un uomo o una donna non hanno. Chi pensa di risolvere la questione dell’immigrazione irregolare detenendoli sulle coste dell’Africa settentrionale o respingendoli è come chi pensa di risolvere il problema del cambio climatico dotando le case di condizionatori d’aria; scambia la causa con gli effetti, e aggredisce gli effetti aggravandone i fattori che li hanno determinati.

Anche la composizione dell’equipaggio dell’Oloferne ha risentito delle limitazioni alla mobilità: un maliano che doveva navigare tra Cecina, da cui è partita la spedizione, e Palermo non ha ottenuto il visto; un tunisino che doveva navigare tra Palermo e Monastīr ha dovuto rinunciare perché non poteva rientrare via mare, essendo entrato in Italia da uno scalo aeroportuale, informazione che si rivelò poi inesatta. Le defezioni sono rilevanti, ma la determinazione a proseguire non è venuta meno, e Boats4People porterà la sua testimonianza ai lavori di preparazione del Forum sociale mondiale, previsto in Tunisia nel 2013. Oloferne era un generale babilonese che era stato incaricato da Nabucodonosor di conquistare la Giudea. Durante l’assedio di una città giudaica, la seducente Giuditta si presentò al suo accampamento dichiarando di voler offrire i propri servigi agli invasori, ubriacò Oloferne e lo decapitò. Dante Alighieri cita l’episodio nel XII canto del Purgatorio quale esempio di giusta punizione di un superbo: “Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro”. La goletta sembra voler portar con sé un messaggio subliminale: siam giovani e belli, inoffensivi navigatori a vela, ma per le vittime della Ragion di Stato non avremo pietà; se soccomber non volete sotto il fardello della morte altrui, i cori vostri aprir dovete, ché nella sofferenza del misero non vi sono vincitori, ma vinti tutti siamo.

12 luglio 2012